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NapoliOPINIONIdomenica 15 giugno 2014 21:46

'Gli angeli custodi del Monaldi, così mi hanno salvato la vita'

''Dillo a Periferiamo''. Per le vostre segnalazioni via mail: redazione@periferiamonews.it

Tutto è successo a Napoli, la città in cui sono nato e vivo, non quella che tutti denigrano, quella di cui tutti si ricordano per la criminalità, l'emergenza rifiuti, la Terra dei fuochi. La città che nessuno racconta, quella fatta di persone speciali che lavorano e si impegnano facendo diventare delle realtà vere e proprie eccellenze.

Nel 1998 mi viene diagnosticato un tumore al lobo superiore del polmone sinistro che, con un intervento, il professor Massimo, primario del reparto di Chirurgia toracica dell'Azienda Ospedaliera Monaldi, mi asportò insieme al lobo superiore del polmone.

Dopo i canonici cinque anni di controlli di routine ho continuato, dietro l'insistenza di mia moglie e della mia famiglia, la serie di esami con scadenza periodica.

Nel 2008 mi viene diagnosticato un nuovo tumore al lobo superiore del polmone, stavolta al lato destro. Ancora una volta era stata la prevenzione a far sì che, grazie ad un intervento il professor Massimo potesse asportarlo insieme alla parte superiore del polmone.

La mia vita, già dal primo intervento, era cambiata, figurarsi dopo il secondo: tutto ciò però non aveva intaccato il mio morale.

Nel 2013 mi viene diagnosticato per la terza volta un tumore al polmone al mediano destro.

Questa volta il direttore del reparto è il professor Curcio, che decide di operarmi in laparoscopia.

Il 18 febbraio scorso dovevo essere operato ma l'intervento in  laparoscopia non è possibile a causa di aderenze venutesi a creare tra polmoni e muscoli. Si opta per l'intervento classico.

La lesione si era poggiata sulla parete di un'arteria polmonare e nell'asportarla l'arteria si era lacerata, provocandomi un'emorragia e conseguente arresto cardiaco. Prontamente sono stato riportato ai valori normali per concludere l'operazione, perfettamente riuscita.

Finita l'operazione, da routine, sono stato portato in terapia intensiva post-operatoria (TIPO). Le condizioni cliniche non erano delle migliori: il cuore batteva grazie ai farmaci, la respirazione non era spontanea ed ero intubato.

Il quadro clinico lasciava pensare al peggio, non si sapeva se fossi riuscito a superare le 24/48 ore e si riservarono di sciogliere la prognosi.

Dal 18 febbraio i giorni cominciarono a scorrere lenti. Ero sedato profondamente, intubato sotto una lista interminabile di farmaci, per far sì che il mio organismo ricominciasse a reagire.

Dopo 2/3 giorni il cuore cominciò a funzionare da solo e pian piano a riprendere la sua regolare attività.

Restavano i polmoni da far ripartire, ma loro non ne volevano proprio sapere.

In terapia intensiva, quando le condizioni lo permettono, provano a stubarmi, mi viene applicato un caschetto per la respirazione, inizialmente sembra procedere bene ma poi comincio ad avere problemi. Allora si decide per la tracheotomia.

Si va avanti a piccoli passi fino a quando una nuova e brutta crisi respiratoria sembra compromettere tutto il lavoro finora fatto, vanificando ogni speranza di sopravvivenza.

Nuovamente sedato, resto in bilico tra la vita e la morte: un'altra crisi potrebbe essermi fatale.

Il giovedì successivo la dottoressa Maurino, responsabile della Terapia intensiva, comunica ai miei familiari i segni di miglioramento: i polmoni cominciano a reagire.

Via via ci sono dei miglioramenti. Passo dalla respirazione assistita a quella spontanea, dal ventilatore ospedaliero a quello domiciliare, fino alla completa eliminazione dei ventilatori, della tracheotomia e alla totale ripresa delle regolari attività vitali.

Oggi sono tornato a casa. Non ho la capacità polmonare di 20 anni fa ma sono con i miei familiari. E mi sento di ringraziare per la tenacia e il senso del dovere coloro che mi hanno curato, accudito e hanno creduto nella mia ripresa. Coloro che svolgono il loro dovere non come un semplice mestiere ma come una missione.

In loro ho trovato i miei angeli custodi. Sono esperienze che non tutti i pazienti possono raccontare, passando nel reparto solo il tempo post operatorio. Io li ho visti lottare come leoniper strappare fino all'ultimo dalla morte i pazienti. Quando la situazione evolve in negativo, sono i primi a soffrirne. Ma quando vincono le battaglie sono felici e se li si ringrazia, rispondono che fanno il loro mestiere.

Ecco perchè, attraverso la vostra testata giornalistica, vorrei ringraziare queste persone speciali: il direttore della TIPO Antonio Corcione, la responsabile del reparto Patrizia Murino, le dottoresse Marianna Esposito, Moana Rossella Nespoli, Nunzia Migliozzi, Simona Risorto, i dottori Pietro Buonavolontà, Salvatore Buono, Luca Monastro, Marco Rispoli, Dario Tammaro, il fisioterapista Mario De Finis, il caposala Angelo Del Vecchio, le infermiere Grazia Arrichini, Gloria Cardone, Guglielmina De Tommaso, Paola Giuliano, Nunzia Rubino, Anna Schisano gli infermieri Michele Assante, Pasquale Aulicino, Achille Boni, Massimo Cacciapuoti, Luigi Caglione, Pasquale Capasso, Antonio Della Corte, Gianmarco Di Napoli, Antonio Di Novi, Valerio Esposito, Giovanni Ferraiolo, Biagio, Iavrone, Vincenzo Iorio, Rosario Varavallo e tutti i volontari.

Grazie di tutto.

Francesco Caiazzo

[di Redazione ]
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